La violenza sugli insegnanti, dalla confusione alla prevenzione
Negli ultimi anni,
nel nostro paese, si è assistito ad un forte interesse, quasi morboso da parte
dei media sul fenomeno del bullismo. Accanto ad un balletto di cifre, che
riporta frequenze preoccupanti, molti opinionisti hanno espresso il loro punto
di vista con analisi socio-storico antropologiche. Questa forte attenzione dei
media, se da un lato
ha favorito l’attenzione e la presa di consapevolezza del problema, dall'altro
ha legittimato un uso indiscriminato del termine bullismo per designare sia
fenomeni che possono a pieno titolo esserne espressione, sia
episodi estremi, quali la violenza propria delle tifoserie sportive e quella di
gruppi politici estremisti. Tutto è bullismo, non solo episodi di angheria e
sopruso tra ragazzi ma anche le attenzioni sessuali verso un insegnante
videoripreso in classe o l’aggressione di un genitore ai danni del docente o
del preside di una scuola. Questi ultimi non possono essere assimilati al
bullismo, poiché, prima di tutto, hanno un impatto molto diverso e per certi
aspetti, molto più grave sulla qualità della vita delle future generazioni. Si
tratta di episodi, infatti, che inducono un clima di insicurezza, talvolta di
paura, in chi è chiamato a ricoprire quel ruolo, che prima di ogni altra
carica, ha il compito di educare ai valori condivisi di una società che vuol
definirsi civile.
Ma qual è la
dimensione del fenomeno? Quali ne sono le cause? Che cosa si può fare per
proteggere
la scuola e
contrastare in modo efficace la diffusione della violenza giovanile?
A livello statistico
sono disponibili pochissimi dati e la letteratura sul tema è quasi inesistente.
Forse perché gli atti di violenza imputabili ai giovani o ai genitori dei
giovani riguardano soltanto una ristretta minoranza di individui. Ma se analizziamo
a fondo le conseguenze per le vittime, per la società nel suo insieme e anche
per gli autori stessi, ci si rende conto di quali nefaste ricadute questi
eventi possono generare nell'immediato futuro. In questo senso, gli sforzi
richiesti, a gran voce, dagli insegnanti per capire e arginare il fenomeno sono
dunque pienamente giustificati, al di là delle discussioni sulle cifre.
La scuola ha il
mandato sociale e, in larga misura, giuridico di impedire che le sue aule,
corridoi e cortili per la ricreazione diventino scenari di violenza.
Di programmi di
prevenzione alla violenza intesi come misure strutturali ad oggi non vi è
traccia. Spetta ai singoli
istituti o agli
insegnanti stessi decidere le iniziative da intraprendere, coinvolgendo i
comuni, i genitori e le loro associazioni.
Con quale approccio?
Innanzitutto
psicologico. È vero però che ci si ferma a una prospettiva esclusivamente
psicologica, l’ambito della discussione ne risulterebbe ridotto, dal momento
che l’aggressività e i comportamenti violenti – sotto il profilo
comportamentale – costituiscono concetti ben definiti per tale scienza.
I fattori propizi
allo sviluppo di comportamenti violenti invece sono molteplici. Intervengono
sin dalla prima infanzia e agiscono poi nel corso dell’intera vita di un
individuo. Per contenere la
violenza è dunque importante affiancare la prevenzione all’intervento e alla
repressione e impegnarsi a rafforzare i fattori di protezione e ridimensionare
i fattori di rischio. La violenza deve essere
altresì analizzata da diversi punti di vista: da quello psicologico a
quello antropologico oltre che, naturalmente, da quello sociologico e politico.
Questo è ciò che si
prefigge il progetto "Insegnante IN-difeso". Il fatto stesso che nasca dalla
collaborazione di tre professionisti, ciascuno dei quali con una diversa
formazione ed una diversa traiettoria professionale, vuole essere
un’espressione dell’approccio interdisciplinare e "funzionale" al
tema affrontato.

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